
Vivere nell'inferno di Narh el-Bared
di Alfredo Lo Cicero
Ci si accorge già lungo la strada che il campo profughi di Nahr el Bared, a circa 80 km a nord di Beirut, lungo la strada che costeggia il mare, non sarà come gli altri undici campi, che dal 1948 sono stati costruiti in Libano a favore dei rifugiati palestinesi, fuggiti dalla loro terra. La strada gradualmente si intristisce, aggiunge grigio al verde dei campi che fino a qualche chilometro prima l’hanno accompagnata. Al culmine di un dosso, lo vedi com’è, in tutta la sua violenza. Un cumulo maestoso di macerie, le une sulle altre, tra pilastri che mi confermano che una volta, prima dell’attacco dell’esercito libanese alla caccia di un centinaio di uomini delle milizie Fatah el Islam, la vita regnava sovrana. All’ingresso del campo trovo l’ennesima novità, mai vista in nessun altro campo. Un muro di cinta alto circa tre metri, che delimita e circonda tutta la parte più vecchia del campo. Un muro eretto all’indomani del cessate il fuoco dalle stesse autorità libanesi, per interdire l’accesso verso le macerie ai vecchi residenti, alla ricerca di quei piccoli oggetti sopravvissuti alla furia devastatrice di cinque mesi di bombe, granate, carri armati. Il tutto operato con chirurgica precisione. Dopo i controlli del passaporto, e previa esibizione di un permesso speciale rilasciato dall’UNRWA - la missione permanente delle Nazioni Unite, creata all’indomani dell’esodo de popolo palestinese - riesco ad entrare nel campo, contento d’esser riuscito a far passare la mia fotocamera digitale, vietata all’uso in tutto il campo. Mi avventuro verso il centro, circondato da macerie, resti di auto accartocciate. Provo ad indovinarne la marca, il tipo, forse la forma. Nulla. Troppa lamiera attorcigliata. Le case rimaste in piedi sono un libro aperto di quanto è stato. Fori larghi fino a mezzo metro ne adornano i lati, lasciando intravedere la vita che scorre dentro. Tutti i negozi o locali siti al piano terra sono completamente sventrati, come se dentro fossero entrati di forza con un mezzo blindato. Più mi inoltro e più capisco che il peggio deve ancora venire. Adesso le case, i palazzi un tempo alti cinque, sei piani, si mostrano nella loro nuova realtà: un cumulo di macerie implose su se stesse. Ai primi piani vedo ancora tracce di vita di un tempo, con una parete ancora parzialmente arredata, una cornice vuota ancora affissa al muro, una porta colorata, segno che quella era la cameretta di una bambina. E poi ancora macerie. Macerie su macerie.Arrivo di fronte al nuovo asilo. Lo ha rimesso in funzione un’associazione locale, Children and Youth Center, che già opera nel campo di Chatila, a Beirut. Scorgo in loro una fervida agitazione. Si muovono anch’essi senza meta, guardandosi intorno alla ricerca dell’ennesima cosa da fare. Il nido è stato ricostruito con i fondi che il CISS, una ong di Palermo molto attiva in medio oriente, è riuscita a stanziare dai residui del programma emergenza ROSS, della cooperazione italiana in Libano. Una piccola somma rispetto alle reali necessità, ma che spesa con dovizia ha permesso la creazione di quattro aule, dove circa cento bambini frequentano sprazzi di vita nomale, circondati dalle amorevoli attenzioni delle educatrici, tornate in loco per contribuire alla ricostruzione. Sono un poco stordito. Ho ancora in mente le condizioni del campo. Non riesco ancora a recuperare la serenità necessaria utile a fare il mio lavoro. Entro in una classe, e vengo travolto dal vocio e dall’entusiasmo dei bambini che la popolano. Saranno più di venti, tutti di circa tre anni. Indossano con un pizzico d’orgoglio, la loro nuova uniforme verde e bianca con il logo dell’asilo. Vedo giochi sparsi per terra, e sedie minuscole adatte ai loro corpicini che appaio più fragili del normale. Tra di loro una bambina, dai capelli castano chiaro. Somiglia molto a mia figlia Elena. Ha il viso corrucciato ed allo stesso tempo concentrato. Prova a mettersi una scarpetta che le va troppo stretta. Non ci riesce. Mi chino, provo a aiutarla. Non ci riesco. Il piede è troppo grande per quella misura. Inoltre, a dire il vero, la scarpa è anche logora e consumata. Chiamo l’educatrice e mi spiega che la bambina vive con il nonno e la nonna. I suoi genitori, entrambi molto giovani, sono morti nel rogo della loro casa, centrata nel cuore della notte da una missile lanciato da un elicottero. Lei si è salvata perché dormiva con i nonni, nell’abitazione accanto. Non so che dire. Non so che pensare. Chino mesto la testa ed osservo il pavimento. Mi sembra tutto così assurdo, così inverosimile. Tutto così triste e drammaticamente irrecuperabile. Poi mi accorgo che viene lei, la piccola palestinese. Mi guarda da sotto, mi lancia un sorriso. Vede la fotocamera e mi fa capire che vuole essere immortalata. Lo fa con un sorriso. Il sorriso di chi sembra non avere odio per nessuno. Il suo è il sorriso della speranza per tutta quella gente. La speranza di un ritorno ad una vita normale.
Alfredo Lo Cicero
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Questo articolo deve fare riflettere tutti.
(Foto 1 - Libano, Beirut prima)(Foto 2 - Beirut durante i bombardamenti del 1982)
Speranze e sogni dei bambini di, Narh el-Bared - Libano
Quali sono le loro condizioni di vita?
Che cosa non trovano per affrontare le sfide della vita?
Quali sono le loro speranze e i sogni per il futuro?
Nulla, la cattiveria umana non gli garantisce nulla!
Le continue guerre di religione hanno offuscato le menti di questi popoli, assoggettati ai continui lavaggi del cervello da parte di gente falsa e malvagia, gente senza religione che fà di questa l’arma per soggiogare le menti.
Usano l'ideologia religiosa e la spacciano come verità assoluta invece è falsa coscienza e nutrimento dell'idea come dominante.
"La religione è l'oppio dei popoli" (Karl Marx) ed io ne sono sempre più convinto!
Per fortuna esistono, ancora, uomini che con il loro sacrificio, con la loro rinunzia volontaria ai propri desideri, per il bene degli altri, aiutano a chi non gli è concessa una vita normale come a tutti gli altri.
Il loro spirito di sacrificio e la loro dedizione incondizionata, dà un seppur minimo barlume di speranza a questi bambini.
Questi popoli, martoriati dal cinismo e dal finto perbenismo umano, sopravvivono ai ripetuti attacchi alla speranza di vivere in un mondo migliore.
Svegliamoci gente che ci stiamo crogiolando troppo sui nostri soldi e sulla religione, la verità sta nel sentimento dell'amore, quello vero, quello che ti fa stare male quando qualcuno soffre.
Questo è quello che penso e non pretende di essere l'unica soluzione ai mali dell'umanità. Però cosa ci vuole aprire i cuori ed amarci tutti senza ricompense alcune?
Amare senza confini, senza differenze di pelle e senza diferenze religiose.
Gaetano Simile MacColl


6 commenti:
http://suzispeaks.blogspot.com/2008/02/hes-tardball-sailor-man-he-lives-in.html
This is you
You a mentally Ill fuck face
Prova
It is all very sad...sad to learn that there are people living as we can see from Alfredo's report.
Sad to see that , still, war seems to be the answer for a lot of people. Sorry to see that there are , I don't use any adjective, nothing could match, there are let's say people like Susan, who refuses the confrontation and prefers to offend and attack.
If I would say that I wish her to suffer what people in the refugees camps are suffering I could be mentally ill and perhaps fuck face as well. I just hope that she was under effect of some drug when she wrote that post. Realising that there some people really thinking like her would be too disappointing.
How many stupid people live in this world? Too many, no doubt about it. It's a miracle that mankind still exists.. Why are still people in this world who have not figured out what is essential, that we are all the same, why does war or racial hatred still exist??? It's easy to condemn i.e. politics for problems, but people should start to realise that it all starts from small things: like if there are too many people in this world without using their brain or with too much hate in the heart like a "susan". If there is a problem no matter what it is, the only solution can only be LOVE. The world we live in today is more inclined to encourage fear, anguish and despair than hope and enthusiasm. And it's precisely hope and enthusiasm that we need to change our lifes.
Love and blessings to everyone out there in cyberspace...
Doloroso!!
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